L'intelligenza artificiale è entrata nelle nostre vite quasi senza chiedere permesso, anche in quelle di chi non è particolarmente tecnologico: scrive testi, risponde alle domande, suggerisce ricette, riassume documenti e, sempre più spesso, si inserisce anche dove nessuno l'aveva interpellata.
Una presenza ormai quotidiana che sta modificando non soltanto il modo in cui lavoriamo e cerchiamo informazioni, ma anche il nostro rapporto con la conoscenza. Mentre noi ci interroghiamo su quanto queste tecnologie possano diventare intelligenti, forse stiamo trascurando una domanda più importante: che cosa ne sarà della nostra intelligenza?
È da questa riflessione che prende le mosse la conversazione con Davide Picca, filosofo di formazione, ricercatore presso l'Università di Losanna, con un dottorato in Informatica e Metodi Matematici, che venerdì 30 ottobre alle 17.30 sarà protagonista al Festival della Scienza insieme ad Alberto Romele, professore associato di Media Studies alla Sorbonne Nouvelle di Parigi. L'incontro, intitolato "L'IA non pensa, ma può far pensare meglio. Limiti e potenzialità di ChatGPT & Co.", si terrà all'Accademia Ligure di Scienze e Lettere, a Palazzo Ducale. I due studiosi, autori del libro ChatGPT e le intelligenze artificiali (Fandango, 2025), accompagneranno il pubblico in una riflessione sulle potenzialità e sui limiti dei sistemi generativi, provando a superare tanto gli entusiasmi incondizionati quanto le paure che accompagnano la diffusione di queste tecnologie.
"Ormai l'intelligenza artificiale è una tecnologia dalla quale non torneremo più indietro, esattamente come Internet - osserva Picca -. Oggi sarebbe impossibile immaginare una vita senza: non volerebbero gli aerei, non funzionerebbero i pagamenti. Ecco, in un certo senso è proprio quello a cui ci stiamo avvicinando con l'intelligenza artificiale. Siamo protagonisti di un evento storico piuttosto importante e, come accade spesso, chi vive questi cambiamenti non si rende pienamente conto della loro portata".
Ma se affidiamo sempre più attività alle macchine, dalla scrittura alla ricerca di informazioni, non rischiamo di perdere progressivamente la capacità di svolgerle da soli? È una domanda che riguarda soprattutto le nuove generazioni, abituate a strumenti capaci di fornire in pochi secondi risposte che un tempo avrebbero richiesto ore di studio e consultazione.
"Questo dipende da che cosa consideriamo noi stessi - risponde il ricercatore -. Se ci consideriamo macchine, alla stregua di ciò che abbiamo di fronte, allora sicuramente saremo macchine. Se invece rimaniamo ancorati alla nostra umanità, l'intelligenza artificiale diventa uno strumento bellissimo. Del resto, anche quando è arrivato Internet sembrava che fosse la fine del mondo. Alcune preoccupazioni erano fondate: quando Umberto Eco disse che Internet e i social avevano dato voce a legioni di imbecilli, non aveva proprio tutti i torti. Ma Internet è anche uno strumento di un interesse pazzesco. E così sarà l'intelligenza artificiale".
La differenza sta nella capacità di utilizzare la tecnologia per ampliare le possibilità del pensiero anziché rinunciare a esercitarlo: “Usarla per allargare gli orizzonti di significato e le possibilità del pensiero è estremamente interessante. Ed è proprio quello che porteremo sul palco. Lo faremo anche attraverso un gioco, una sorta di test della personalità con dieci domande realizzate con l'intelligenza artificiale, per capire come il pubblico si posiziona di fronte a questa tecnologia. Chi ha un atteggiamento di paura, per esempio, si avvicinerà all'IA in modo diverso rispetto a chi prova curiosità. In base a queste caratteristiche daremo anche qualche suggerimento su come approcciarsi agli strumenti. Io credo che l'umanità cambi poco. Le persone intelligenti continueranno a essere persone intelligenti, mentre gli imbecilli rimarranno imbecilli e probabilmente saranno amplificati. Ai miei studenti dico sempre: non abbiate paura dell'intelligenza artificiale, abbiate piuttosto paura della stupidità umana. Perché è quella a essere davvero problematica. Altrimenti rischiamo di distogliere l'attenzione da ciò che conta: l'intelligenza umana, che dobbiamo continuare a coltivare. L’intelligenza artificiale può diventare una specie di fertilizzante delle idee. Se la utilizziamo in questo senso è uno strumento straordinario. Se invece la trasformiamo in un diserbante, per distruggere le idee che potrebbero fiorire, allora il problema non è l'intelligenza artificiale, ma la stupidità di chi la usa".
La questione diventa ancora più delicata quando il rapporto con questi strumenti esce dall'ambito professionale e arriva nella sfera personale. Sempre più persone si rivolgono ai chatbot per raccontare problemi sentimentali, confidare difficoltà o cercare un confronto su questioni intime. Un comportamento che solleva interrogativi sulla possibilità di sostituire, almeno in parte, le relazioni umane con una macchina. Picca, tuttavia, invita a non escludere a priori queste forme di utilizzo. "Perché no? Se io rimango il timoniere del mio pensiero, perché non dovrei confrontarmi con una macchina anche su aspetti più intimi? Dal punto di vista tecnico, questi sistemi non fanno altro che costruire narrazioni. Hanno imparato come si uniscono le parole e attraverso questa unione creano storie. Alcune sono vere, hanno un aggancio alla realtà, altre non lo sono. Ma non per questo sono meno influenti. Anche Dumbo non esiste, eppure che cosa sarebbe la vita di un bambino senza il racconto di Dumbo? L’intelligenza artificiale racconta tante storie di Dumbo e magari altre storie più vere. Se sappiamo navigare tra queste narrazioni, mantenendo il controllo, possiamo anche imparare qualcosa su noi stessi. L'IA può aiutarci a esplorarci. Il problema nasce quando deleghiamo completamente. Alla fine ritorniamo sempre alla responsabilità umana".
Il ricercatore cita il lavoro svolto con la Fondazione Umberto Eco, della quale è membro del consiglio scientifico e responsabile dell'ambito tecnologico, per una mostra dedicata allo scrittore. "Abbiamo utilizzato una tecnologia piuttosto semplice cercando di fare un lavoro nel quale la tecnologia aiutasse a comprendere meglio le idee di Umberto Eco, che, del resto, era una persona molto aperta all'utilizzo delle macchine. Aveva già intuito possibilità che oggi ritroviamo nelle riflessioni sulla scrittura e sulle tecnologie digitali. Questo è un utilizzo interessante: la macchina diventa un amplificatore. Anche nella ricerca accademica ci stiamo orientando sempre di più verso lo studio dell'interazione tra esseri umani e computer. Il futuro non riguarda soltanto l'intelligenza artificiale, ma il rapporto tra l'uomo e l'intelligenza artificiale. Non dobbiamo interrogarci esclusivamente sulla macchina: anche l'essere umano deve interrogare se stesso di fronte a questa tecnologia".
E proprio il pensiero umano diventa il centro dell'ultima riflessione. Perché se fino a pochi anni fa cercare un'informazione significava formulare una domanda, consultare diverse fonti e costruire progressivamente una risposta, oggi possiamo rivolgerci a un sistema generativo anche attraverso frasi imprecise, ottenendo comunque un risultato. È cambiato il nostro modo di cercare, ma potrebbe essere cambiato anche il nostro modo di pensare? "È una bella domanda e, come tutte le domande belle, spiazza. Devo pensarci. Però, mentre la riformulava, mi è tornata in mente una discussione con un collega. Era emersa un'idea ancora molto acerba, sulla quale dobbiamo riflettere: è come se stessimo tornando a una nuova forma di oralità. Con queste macchine, intanto, si scrive sempre meno. Io, per esempio, utilizzo molto la funzione vocale: parlo con la macchina. In questo senso stiamo tornando all'oralità, ma a un'oralità diversa. Socrate attribuiva grande importanza al dialogo, mentre la scrittura, fissando le idee, presentava dei limiti. L'oralità è dialogo, è un procedere attraverso il logos. E forse questo è un aspetto che potremmo recuperare. Il problema è che il dialogo ha una sua disciplina. Oggi non è più quella della retorica greca: è una disciplina fatta di emoticon, di segni, di elementi che non rispondono più alle stesse regole. Dobbiamo quindi trovare quella che chiamerei una nuova legislazione comunicativa". Una riflessione ancora aperta, che restituisce il senso dell'incontro genovese: non cercare nell'intelligenza artificiale una risposta definitiva alle domande dell'uomo, ma utilizzarla per formularne di nuove.
L'appuntamento con Davide Picca e Alberto Romele è per venerdì 30 ottobre alle 17.30, all'Accademia Ligure di Scienze e Lettere di Palazzo Ducale, in piazza Matteotti 9, nell'ambito del Festival della Scienza. L'incontro è rivolto a un pubblico dai 16 anni in su.














