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Cultura | 26 luglio 2018, 10:00

Altera: "Abbiamo suonato a Mauthausen e cantato Alda Merini"

Intervista agli Altera, la band indipendente genovese, amica di Don Gallo, che da 22 anni fa "rock testimoniale" tra musica Indie, testi poetici ed esibizioni in luoghi particolarmente evocativi (VIDEO)

Altera: "Abbiamo suonato a Mauthausen e cantato Alda Merini"

Una storia tutta genovese lunga 22 anni. Gli Altera, band rock, insieme dal 1996, è nota al pubblico genovese per le poesie trasformate in canzoni.

Indipendenti, dinamici, sanno quello che fanno e ci credono fino in fondo. Amano definire il loro genere “rock testimoniale” per l’abitudine di inserire all’interno dei loro brani alcune voci fuoricampo di poeti e personaggi storici a sostituzione, spesso, delle parti cantate.

Il loro album Canto di spine - versi italiani del ‘900 in forma canzone del 2001, è considerato come la prima antologia cantata sulla poesia mai realizzata e costituisce da sempre la svolta della carriera della band. Il loro stile, insolito e innovativo nel panorama musicale attuale, ha attirato nel tempo una serie di collaborazioni con personaggi importanti come Alda Merini, Mario Luzi, Alessandro Quasimodo, figlio del celebre poeta, e Raffaele Crovi. 

Stefano Bruzzone (cantante), Davide Giancotti (chitarrista) e Claudio Luvarà (batterista) si raccontano poco dopo essere scesi dal palcoscenico allestito in Piazza Alimonda per celebrare la ricorrenza dei fatti legati al G8 del 2001, dove, come allora, sotto un sole cocente, hanno eseguito alcuni dei loro brani più importanti.

 

Vi definite una band indipendente: che cosa pensate dell’Indie di oggi?

DG: “Considerato il nostro conto in banca, completamente azzerato per quel che riguarda gli introiti musicali, sono dell’idea che l’indipendente odierno sia più da considerarsi un discorso di facciata. Sotto l’apparenza Indie di oggi c’è tutta una serie di interessi economici che con l'indipendente hanno poco in comune. Per me essere indipendente significa fare ciò che mi piace senza considerare l’aspetto commerciale del prodotto”.

 

L’Indie oggi è sulla bocca di tutti anche per le scelte dei cantanti di esibirsi in posti insoliti come ex fabbriche, carceri, etc. Voi vi siete esibiti vicino Mauthausen sicuramente non per moda: che effetto vi ha fatto e quali brani avete eseguito?

ST: “Ritengo che oggi accada questo perché ci sono sempre meno posti nuovi dove poter suonare, e di conseguenza è naturale cercare altrove. Nella nostra storia, fin da subito, c’è sempre stata l’intenzione di suonare nei posti che si allontanino dai classici club o teatri. A Ebensee, uno dei sottocampi di Mauthausen, abbiamo preparato ed eseguito un repertorio a tema, tra cui lettere, testi di partigiani e poesie di Primo Levi. Il problema di oggi non è tanto l’esibizione in sé quanto i brani e il materiale che si decide di portare all’interno di questi luoghi insoliti”.

 

Che ruolo ha la poesia nella vostra musica?

CL: "La poesia gioca un ruolo primario per gli Altera e la mia storia lo dimostra. Io sono entrato nel gruppo nel maggio 2005 perché innamorato del loro album “Canto di spine”; un album rock di cui sono diventato amatore e grazie al quale mi sono perduto nella poesia che ora e sempre farà parte del gruppo”.

 

Il vostro ultimo lavoro si chiama I Love Freak ed è stato candidato alla targa Tenco come migliore album del 2014: che tematiche avete affrontato all’interno?

DG: “I Love Freak è un omaggio da parte nostra alla figura di Roberto “Freak” Antoni che per noi è stato sia un collaboratore artistico che un grande amico. Roberto fu invitato alla presentazione della prima autoproduzione degli Altera nel 1997 che fu Livida Speranza e da lì è iniziata la nostra collaborazione, concretizzata poi in concerti e lavori in studio di registrazione. Proprio qui ha inciso il suo ultimo lavoro, che fu proprio una nostra canzone. Purtroppo nel 2014 è venuto a mancare e abbiamo deciso di realizzare un album che racchiudesse tutte le collaborazioni con lui, anche quelle datate”.

SB: “Fu naturale pensare ad un album di questo genere,non potevamo andare avanti senza prima dedicare qualcosa a Roberto. In questo lavoro abbiamo inserito tutto ciò che parlasse di lui, dalle canzoni ai ricordi di live fatti insieme. Un vero e proprio contenitore di tutto l’affetto che c’è stato tra di noi”.

 

“Mi hanno rubato il prete” è un brano dedicato a Don Gallo: che rapporto avevate con lui?

SB: “La canzone nacque grazie al ritrovamento, durante una manifestazione nel quartiere del Carmine, a Genova, di alcune fotografie del 1970 che raccontavano la storia di Don Gallo. Tutti conosciamo la sua storia da “prete da marciapiede” ma pochi sanno davvero come sia arrivato ad essere Don Gallo. Tutto ebbe inizio con l’allontanamento, da parte della Curia di questo vice parroco che nelle sue prediche affrontava tematiche come la droga, la povertà e la prostituzione. Lo abbiamo conosciuto durante una di queste manifestazioni, cui lui partecipava sempre con gioia, e la canzone, nata proprio per raccontare la sua storia, divenne la voce dell’evento. Da lì una sentita amicizia ci ha sempre legati”.

  

Produrre musica di qualità a zero budget è ancora possibile oggi?

SB: “In linea teorica sì: registri canzone e video e poi carichi tutto su YouTube dove hanno la possibilità di vederti milioni di persone. Questo però non accade mai. La musica di qualità ha bisogno di lavoro di qualità: non credo nelle visualizzazioni e nella visibilità mediatica che in tre giorni ti porta ad avere 8 milioni di occhi puntati addosso; dietro c’è sempre lavoro e il lavoro va pagato. Dunque, no, non è possibile!”

  

Che cosa pensate del panorama musicale genovese attuale?

SB: “Ritengo che l’ambiente genovese musicale indipendente si sia ristretto molto. Ad oggi, è difficile andare a intercettare delle energie nuove. Sicuramente esistono e sono vive ma, in un mondo frenetico come quello odierno, è complesso trovare nuovi stimoli interessanti”.

 

Entro l’inverno uscirà il vostro nuovo album: ci anticipate qualcosa?

DG: “Sì, dovrebbe uscire Italia Sveglia parte II. L’album vuole riprendere le tematiche affrontate nella parte numero uno, dove viene sottolineata la deriva politica del Paese. Anche dal punto di vista della grafica ci richiamiamo a questo: nella copertina del precedente lavoro vi era rappresentata un’Italia nera che sparisce completamente nella seconda parte, lasciando lo spazio solo al Mar Mediterraneo. Si tratta di una sorta di concept album dove ogni canzone è collegata al concetto di rinascita, una spinta a ricominciare dopo che il cataclisma ha portato l’Italia a sprofondare nel mare. Vorremmo allegare al disco un libro che racconta la storia di un naufrago che, dalla zattera, si accorge che il suo Paese è sparito nel nulla. Non è semplice, ci stiamo lavorando”.

 

Chi è per voi la voce di Genova?

SB: “Per me la voce di Genova era Don Gallo. La sua perdita per me rappresenta una grande mancanza, un vuoto incolmabile che mai nessuno potrà sostituire”.

 

Giovanna Ghiglione

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