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Meraviglie e leggende di Genova | 26 ottobre 2025, 08:00

Meraviglie e leggende di Genova – Il mercante genovese che attraversò il Sahara

"Qui il deserto si apre in tutta la sua crudezza, ma anche nelle sue meraviglie nascoste": la straordinaria avventura di Antonio Malfante, l’esploratore genovese che nel Quattrocento si spinse fino al cuore dell’Africa

A. PASINI 1864 - Quadro conservato a Palazzo Pitti

A. PASINI 1864 - Quadro conservato a Palazzo Pitti

"Qui il deserto si apre in tutta la sua crudezza, ma anche nelle sue meraviglie nascoste.
Vidi città fortificate che sfidano il tempo e carovane cariche d’oro che attraversano queste terre. Non c’è niente di simile in Europa".

Era il 1447 e Antonio Malfante, erede di una famiglia di antica nobiltà la cui fortuna era da anni ormai in declino, si trovava tra le dune del Sahara.

Decise di scrivere a Giovanni Marihoni, collega mercante, raccontandogli la meraviglia che si apriva davanti ai suoi occhi. Una sorta di diario epistolare che, a distanza di cinquecento anni, ne tiene immutati i sentimenti.

Aveva scelto di partire alla volta dell’Africa per compiere l’esplorazione sostenuta dalla Banca Centurione per tracciare nuove rotte commerciali ma nel suo viaggio Malfante, che non era mosso dal desiderio di conquista, si fece portavoce dello spirito commerciale e di una spiccata curiosità culturale.

Così, mentre la Genova della metà del Quattrocento stava vivendo un momento di gloria e ascesa che ne faceva una delle realtà più dinamiche d’Italia e del Mediterraneo, con rotte verso le Fiande o nel consolidato Oriente, Malfante decise di guardare oltre concentrandosi sull’Africa.

Quando decise di partire, aveva circa trentasette anni (si presuppone possa essere nato tra il 1409 e il 1410). Da Honaïne, nel regno di Tlemcen (l’attuale Algeria), Malfante si unì a mercanti arabi, scoprendo città fortificate come Sigilmessa e avventurandosi nel cuore del deserto, fino al misterioso Touat. Qui, ospite del potente sceicco Sidi Yahia ben-Idir, raccolse racconti e preziose informazioni sulle ricche rotte dell’oro africano, sulle culture locali e sulle potenzialità commerciali che facevano brillare gli occhi dei mercanti genovesi.

Antonio osservò, annotò e imparò tutto ciò che poteva.

"La generosità del mio carissimo ospite è stata la mia salvezza e la chiave per comprendere questi popoli, le loro usanze e i segreti delle loro ricchezze", scrisse a Marihoni, lasciando testimonianza viva di un’epoca in cui il dialogo tra culture poteva ancora nascere dalla curiosità e dal rispetto reciproco.

L’unico documento rimasto del suo viaggio è proprio la lunga lettera inviata da Touat a Giovanni Marihoni, oggi conservata in archivi e raccolte mercantili del XV secolo.
In un gioco di rimandi tra cronaca e poesia, Malfante descrive i mercati pullulanti di vita, le lunghe file di cammelli carichi d’oro e le città che si stagliavano come miraggi di pietra.

Non era un conquistatore, ma un esploratore dell’incontro: cercava strade commerciali, certo, ma anche conoscenza.

"Non vi è viaggio senza sacrificio - scriveva - ho lasciato parte del mio carico, ma ho guadagnato esperienza e una prospettiva che aprirà nuove vie per noi genovesi”.

Parole che sembravano anticipare le grandi esplorazioni che, qualche decennio più tardi,  avrebbero portato un altro genovese, Cristoforo Colombo, a varcare l’oceano.

Antonio Malfante non tornò con tesori o mappe miracolose, ma con la conoscenza diretta di un continente che l’Europa ignorava quasi del tutto.
Il suo viaggio, considerato dagli storici la prima testimonianza europea sul Sahara e sulle rotte dell’Africa occidentale, aprì un varco fondamentale per l’espansione mediterranea e atlantica europea.

Malfante non cercava la gloria, ma il senso del mondo.
La sua avventura nel Sahara ci parla ancora di curiosità, scambio e scoperta, in un tempo in cui viaggiare significava rischiare la vita per ampliare i confini della conoscenza.

E così, accanto alle caravelle di Colombo e ai viaggi di Marco Polo, c’è anche il cammino di un mercante genovese tra le dune del deserto, che da solo seppe trasformare il commercio in esplorazione e la distanza in dialogo.

A Genova, la sua figura rimase a lungo nell’ombra, e solo in tempi recenti è stata riscoperta come simbolo di quell’inquietudine tutta genovese e ligure che spingeva i suoi uomini a guardare oltre l’orizzonte.
Oggi il suo nome compare in strade, targhe e studi storici che ne ricordano la visione e il coraggio come, per esempio, quella di piazza Cattaneo, che continua a ricordare a chiunque la storia di un grande commerciante che amava rischiare per accumulare il tesoro più prezioso: la conoscenza.

Isabella Rizzitano

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