Quando il 5 dicembre del 1746, al grido di ‘Che l’inse’ il Balilla, Giovanni Battista Perasso, lancia il sasso contro i tamburi delle truppe imperiali in Calle Nuova degli Archi, si riaccende immediata la miccia della rivolta.
Un gesto d’istinto che, a catena, scatena reazioni e prese di posizione in ogni angolo della città.
Così, mentre l’undicenne Pitamuli a Sant’Agata stana l’esercito asserragliato in una trattoria, nel centro storico la popolazione riprende a costruire la battaglia.
Tra le botteghe di Campetto, Giovanni Battista Ottone, per tutti ‘Giobatta’, continua a portare avanti la sua attività di tappezziere. Ma tra drappi, chiodi e rotoli di stoffa, Giobatta sta letteralmente armando la rivolta.
Subito dopo il gesto di Perasso, Ottone capisce immediatamente che quello non sarebbe bastato e inizia subito a fare incetta di fucili e polvere da sparo, nascondendoli ovunque nel suo negozio.
Una schiera di artigiani, pescatori, merciai, tra cui si ricordano Andrea Uberdò detto ‘spagnoletto’, Alessandro Giobbo, o Carlo Palma, tutti ‘volti noti’ dei caruggi, prende le armi di Ottone coordinando un’azione di rivolta come non si era mai vista.
I documenti dell’epoca raccontano un episodio in particolare, che sembra assumere i contorni della leggenda: il ritrovamento provvidenziale di un barile di polvere da sparo. Quella polvere diventata poi determinante per l’assalto alla Porta San Tommaso, uno degli snodi strategici della città, riconquistata dopo un feroce combattimento.
È qui che il tappezziere diventa capo popolo, prestando il suo volto al patriottismo genovese e coordinando la furia dei vicoli nei cinque giorni di lotta.
La rivolta non è un affare di nobili o generali, ma un moto plebeo alimentato nelle osterie di Sottoripa, dove Ottone e i suoi compagni si rifocillano tra una barricata e l’altra. È una resistenza corale culminata il 10 dicembre 1746, quando gli austriaci sono costretti ad abbandonare Genova. Il gesto finale spetta a un altro uomo del popolo, Giovanni Carbone, un garzone di locanda che riconsegna simbolicamente le chiavi della città al Doge, sancendo il ritorno della sovranità repubblicana.
Nonostante il ruolo cruciale, il nome di Giobatta Ottone è rimasto a lungo nell'ombra, schiacciato dalla retorica risorgimentale che ha preferito l'immagine giovanile del Balilla. Eppure, la sua figura è la perfetta incarnazione della "normalità eroica" di Genova: quella capacità delle mani callose di saper impugnare, all’occorrenza, le armi per difendere l'autonomia della Repubblica.
Dopo il 1746 di lui si perdono quasi le tracce; morì probabilmente pochi anni dopo senza lasciare discendenti, ma lasciando alla città un’idea di comunità compatta.
Oggi, passeggiando per Campetto, a pochi passi da palazzo Ottavio Imperiale detto anche del Melograno, una lapide ricorda Giovanni Battista Ottone, un tappezziere che fece della sua bottega un arsenale guidando l’insurrezione contro gli austriaci.
Il ricordo della storia di un uomo come tanti, simbolo di una normalità ‘eroica’ che fa la storia.














