Genova, 17 maggio 1684.
La flotta francese di Luigi XIV si presenta davanti al porto con uno schieramento impressionante: 16 vascelli, 20 galee, 8.000 soldati pronti allo sbarco.
Il casus belli? Un “incidente diplomatico” che la storia riporta con sfumature differenti.
Secondo alcune fonti, la Repubblica, formalmente neutrale, aveva fornito navi alla Spagna, rivale della Francia nella guerra d’Olanda. Altre cronache parlano invece di una ferita d’orgoglio del Re Sole: durante una precedente visita di inviati francesi, Genova non avrebbe tributato gli onori che Versailles pretendeva.
Quando l’ammiraglio Duquesne ordina alla città di inginocchiarsi e chiedere scusa, Genova sotto la guida di Francesco Imperiale Lercari risponde alla sua maniera: saluto militare, cannoni pronti, ma niente inchini.
Nei giorni successivi la battaglia è durissima. La città resiste e respinge anche un tentativo di sbarco a Porto Venere, guidato dal capitano Ippolito Centurione. Ma le difese cedono e il bombardamento rade al suolo interi quartieri.
Schierate nelle acque davanti alla Lanterna ci sono centosessanta navi che per oltre dieci giorni scaricano oltre sedicimila bombe.
In prima linea ci sono camalli e operai, a cui si uniscono mille uomini arrivati in supporto da Milano. Genova andava difesa ma a salvare la città, che nel frattempo aveva visto distrutte chiese e persino una parte del Palazzo Ducale, viene salvata dalla fine delle munizioni.
Per evitare una nuova distruzione, Genova invia una delegazione a trattare la pace, arrivata anche grazie all’intercessione di papa Innocenzo XI.
Sebbene non più doge in carica, Lercari guida gli ambasciatori alla corte più fastosa d’Europa. È il maggio del 1685.
Versailles è un mondo opposto alla Repubblica marinara: oro, specchi, giardini infiniti e la teatralità del potere assoluto. Genova, repubblica aristocratica dalle ricchezze inimmaginabili, soprattutto nel secolo precedente, ha sempre mantenuto un’apparenza decisamente più austera, per svelare le proprie meraviglie nella sostanza. L’antitesi della corte francese.
La scena, consegnata alla tradizione genovese e tramandata da generazioni, si svolge nel celebre Salone degli Specchi.
Un dignitario francese, con aria di sfida, chiede al Lercari: “Tra tante meraviglie, cosa vi sorprende di più di Versailles?”.
La risposta, dopo un istante di silenzio, è secca e pronunciata in dialetto: “Mi chi!”, ossia ‘io qui’.
Una frase che ha significato molte cose: lo stupore di trovarsi nella corte nemica, il rammarico di doversi piegare alla diplomazia dopo aver difeso la città; l’orgoglio ferito di un doge che mai avrebbe lasciato Palazzo Ducale se non obbligato.
Quello che ancora oggi riecheggia è certamente lo spirito della Repubblica che, nelle parole di Lercari, non si piega né a bombardamenti né a sfarzo.














