Chissà quante volte sarà capitato di passeggiare per le strade della città e di notare, incisi nelle pietre e nelle lastre di ardesia, dei quadrati concentrici.
Quelli sono gli schemi di un antico gioco chiamato ‘filetto’ o ‘tela a mulino’, le cui origini si perdono nel tempo, raggiungendo siti romani, contesti medievali e aree del Mediterraneo e del Vicino Oriente.
Un gioco a cui poteva giocare chiunque, bastava una superficie, una punta e nove pedine a testa, spesso arrangiate con materiali di fortuna come pietroline, sassetti e frammenti di varia origine. Niente tavoli, solo un ‘campo da gioco’ e un avversario con cui confrontarsi.
Oggi di quell’antico gioco, tra i vicoli del Centro Storico rimangono numerose testimonianze.
Sulla scalinata della Cattedrale di San Lorenzo si trova un filetto consumato dai secoli. Le linee dello schema sono quasi cancellate ma questo non impedisce alla fantasia di immaginare due persone intente a sfidarsi, accovacciate sugli scalini.
Poco distante, nel Battistero di San Giovanni il Vecchio, un altro filetto inciso su un gradino lascia pensare alla stessa scena: l’attesa ingannata con il gioco.
Anche al Palazzetto Criminale, per diverso tempo Archivio di Stato, sulle balaustre compaiono diversi filetti incisi nel Seicento dalla Guardia del Palazzo. Soldati di ventura, turni lunghi e ore immobili si alternavano con sfide più o meno lunghe. Accadeva lo stesso nelle carceri della Torre Grimaldina, dove i davanzali su cui si leggono incisi nomi, date e simboli religiosi, accolgono anche gli schemi dei filetti e le scacchiere.
Ma come si gioca a filetto?
Composto lo schema tipico, un quadrato con al suo interno altri due quadrati concentrici collegati da linee orizzontali e verticali a formare una croce, si disponevano le pedine, nove a testa, sulle intersezioni delle linee.
L’obiettivo era quello di allinearne tre, quindi fare il mulino, per togliere una pedina all’avversario. A perdere era chi rimaneva con meno di tre pedine.
Nei vicoli, da Campopisano alle Mura delle Grazie, su scalini e supporti improvvisati, si incontrano ancora oggi queste griglie, capaci di sopravvivere al tempo.
Così, ogni filetto inciso sulle pietre di Genova è una storia comune che si imprime nell’ardesia, nel marmo, per giungere fino a noi, regalandoci l’eco di una quotidianità lontana e riportandoci a quando, dove oggi passiamo quasi con disattenzione, qualcuno si sedeva e prendeva quei sassolini e urlava “cominciamo”.














