La radiolina, nascosta tra bicchieri e tovaglioli, cantava le note di Tenco e Paoli.
Tutt’intorno ragazzi e ragazze si affollavano per un bicchiere di latte di mandorla ma c’era chi non disdegnava una bella Coca Cola ghiacciata.
Tra una chiacchiera e l’altra, in quei favolosi anni Sessanta, il chiosco di salita del Fondaco era diventato un vero e proprio punto di riferimento per tutto il quartiere.
Chi passava, si fermava incuriosito da quei pochi metri quadrati illuminati da una finestra. Da li faceva capolino la titolare, pronta a dissetare chiunque le chiedesse da bere.
E mentre i Beatles rivoluzionavano la musica, in salita del Fondaco scorreva la vita dei vicoli: portuali che stringevano tazzine di caffè, madri e figlie con le sporte della spesa di rete, bambini e bambine a giocare fino a che una voce non richiamava a tornare a casa.
La Vespe 50 di qualche giovanotto fortunato ronzava tra San Matteo e salita Arcivescovado fino a giungere alla meta: quel chioschetto che aveva il sapore della novità, del futuro che stava arrivando.
Oggi di quel chiosco resta solo la memoria di chi lo frequentava. Nato probabilmente come piccola rivendita alimentare, nel tempo era diventato un riferimento dove poter bere una bibita fresca ma, più di tutto, era un ritrovo per quella giovane generazione che si stava affacciando all’età adulta.
Un crocevia di destini dove decine di storie si sono sfiorate, sono nate e si sono concluse mentre il chiosco rimaneva muto testimone di una vita che oggi appare una lontana poesia del quotidiano.
E chissà se anche il vento, fermo ad aspettare in salita Arcivescovado, qualche volta non abbia pensato di ingannare l’attesa sorseggiando un tamarindo.














