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Buone Azioni | 07 aprile 2026, 08:00

Buone Azioni - Alcolismo e dipendenze, una rete di speranza: la storia di Arcat Liguria

Da 35 anni in Liguria, l'associazione dei Club degli Alcolisti in Trattamento accompagna famiglie in difficoltà offrendo un vero cambiamento di vita. "L’alcol è solo la punta dell’iceberg, bisogna lavorare su tutto quello che è sommerso"

Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.

Trentacinque anni di presenza sul territorio ligure, 19 club attivi e centinaia di famiglie accompagnate verso una vita migliore: riassumere le attività portate avanti da Arcat Liguria, Associazione Regionale Club Alcolisti in Trattamento, non è facile. Non è una struttura sanitaria, non è un gruppo di supporto tradizionale: a spiegarlo è Annabella Muckerman, vice presidente dell'associazione, con la passione di chi i risultati li ha visti con i propri occhi.

Tutto nasce dall'intuizione di un neuropsichiatra jugoslavo, il professor Vladimir Hudolin, direttore di una clinica psichiatrica che aveva osservato un problema ricorrente: i pazienti con dipendenza da alcol venivano ricoverati, si riprendevano fisicamente, poi tornavano sul territorio e ricadevano. Il ciclo sembrava infinito. "Hudolin ha pensato che il problema collegato al consumo di bevande alcoliche, fino a diventare una vera e propria dipendenza, fosse un comportamento e non una malattia - spiega Muckerman -. Aveva bisogno di un lungo periodo per provare a modificarlo. Aveva visto che la clinica psichiatrica da sola non bastava: le strutture sanitarie non sarebbero state in grado di sostenere, nel tempo e nelle risorse, un cambiamento così profondo e duraturo".

Lavorando con l'Organizzazione Mondiale della Sanità e traendo spunto da altri studiosi, Rudolin ideò i Club degli Alcolisti in Trattamento: strutture autonome, fuori dagli ospedali, capaci di sostenere nel tempo un vero cambiamento di stili di vita. Nati in Croazia, i club arrivarono in Italia partendo da Friuli Venezia Giulia e Veneto, per scendere progressivamente fino al Sud. In Liguria sono presenti da 35 anni, e collaborano stabilmente con le strutture pubbliche e private del territorio. L'approccio è radicalmente diverso da quello clinico: "L'alcol è la punta dell'iceberg. Si deve certamente lavorare sull'abbandonare il consumo di alcol e altre sostanze, ma bisogna poi lavorare su tutto quello che è sommerso".

I club si riuniscono una volta alla settimana per un'ora e mezza. Non è previsto un professionista che dirige o prescrive: c'è un "servitore insegnante", una figura al servizio delle famiglie, non un capo. "Il club funziona attraverso le testimonianze di ogni persona che lo frequenta. Non soltanto di chi ha il problema con l'alcol, ma di tutti: ognuno condivide il percorso che sta facendo per migliorare la propria vita, per cercare di renderla più piacevole". 

Ogni persona presente, che abbia o meno un problema con l'alcol, racconta come ha vissuto la settimana, cosa ha cercato di cambiare, cosa è riuscita a migliorare. "Chiediamo a tutti di eliminare dalla propria vita l'alcol e le altre sostanze, ma soprattutto di cambiare qualcosa nel comportamento quotidiano: che la propria giornata possa essere vissuta meglio, con più piacere. Una passeggiata, un libro, il cinema, gli amici".

L'approccio si definisce ecologico-sociale: mette al centro la persona, la famiglia e la comunità in cui vive e lavora. "Ogni famiglia viene vista non come problema, ma come risorsa"precisa la vice presidente. "Se si osservano le persone che frequentano il club dimenticandosi per un momento del problema, si vede quante cose positive hanno. Questo deve essere sempre portato in primo piano".

E quando si dice famiglia, il termine va inteso in senso ampio: "Noi intendiamo persone legate da vincoli d'affetto. Ho avuto per un periodo due frati: uno faceva famiglia dell'altro, perché gli stava a cuore il suo benessere. Ho avuto due persone senza dimora nella stessa situazione. E poi naturalmente famiglie con bambini, anche piccoli". I bambini, anzi, sono esplicitamente i benvenuti. "Spesso non capiscono cosa succede in famiglia e si colpevolizzano della situazione che vivono. Al club si tranquillizzano, perché è un'oasi: nessuno aggredisce nessuno, nessuno giudica nessuno. E imparano una cosa importantissima: che a volte ascoltare è più importante che parlare".

Arcat Liguria non lavora in isolamento. La collaborazione con i SerD la Fondazione Molinette, gli psicologi, i medici di base e gli infermieri è parte integrante del metodo. "Collaboriamo nel vero senso della parola: ogni tre mesi incontriamo i referenti delle strutture del territorio, ci scambiamo informazioni e valutiamo insieme se possiamo fare qualcosa in modo diverso". L'approccio dei club non è sanitario, ma è complementare a quello della sanità. "Il nostro è un approccio che punta sulla spiritualità antropologica di ogni essere umano. Non c'entra niente con la medicina, però funziona bene proprio perché si affianca a quello che fa la sanità". E quando le famiglie che arrivano ai club hanno bisogno di altro,uno psichiatra, un supporto legale, un servizio sociale, la rete è pronta. "Noi facciamo solo il nostro, non ci mischiamo in ciò per cui non siamo preparati. Ma sappiamo a chi indirizzare le persone, e teniamo sempre vivi quei contatti".

L'associazione è inoltre presente nelle scuole, tra i Boy Scout, nelle case di quartiere, nei municipi. Ha partecipato per tre anni alla realizzazione del catalogo delle associazioni di auto-mutuo-aiuto del Comune di Genova. Ha organizzato giornate formative per insegnanti su alcol, droghe e dipendenze digitali, in collaborazione con il Ministero dell'Istruzione. E porta avanti la campagna Ripara e Ripara insieme ad avvocati penalisti e al tribunale, offrendo ogni mese incontri di educazione alla salute per persone fermate con tasso alcolemico fuori norma.

Quando si parla di giovani e alcol, Muckerman sa precisamente dove c'è più bisogno di intervenire: "Si insiste sempre a puntare i riflettori sui giovani. Ma sono gli adulti che devono essere educati". I ragazzi avrebbero bisogno di una peer education fatta da coetanei; chi però dovrebbe davvero cambiare comportamento, e dare l'esempio, sono i genitori. "È l'ambiente familiare che influenza in modo assolutamente pesante i comportamenti che abbiamo poi nella vita. Non soltanto per il bere: per qualsiasi cosa. Anche l'educazione più semplice, come non buttare le carte per strada, parte dall'esempio in famiglia. Io farei grandi corsi agli adulti, non ai giovani soltanto. Darlo fastidio sentirselo dire, glielo garantisco. Però io ci provo".

Un esempio concreto arriva direttamente dall'esperienza dei club. "Ho avuto un ragazzino di 14 anni che è venuto con la sua famiglia e ci è rimasto fino ai 18. Ora studia fuori Genova, ma a Natale è passato a salutarci. Non beve, e nessuno gliel'ha mai detto esplicitamente che non doveva farlo: attraverso l'esperienza che ha maturato insieme a noi, ha capito da solo che è pericoloso".

Dopo anni di attività, sono le persone a dare il senso più profondo al lavoro: "I club sono luoghi magici. Vediamo arrivare famiglie disperate, che non capiscono più dove andare né cosa fare, che magari hanno già provato altre strade senza risultati. E poi vediamo i cambiamenti. Le famiglie cambiano aspetto, cambiano totalmente aspetto".

Una storia su tutte: una persona che, dopo sedici anni di lontananza, ha bussato una sera alla porta del club. Voleva solo sapere se ci fossero ancora. C'erano. "Questa, per me, è una delle cose più belle. Così come il passaparola: da me arrivano famiglie perché gliel'ha detto qualcuno che è già passato dal club. Vuol dire che quello che facciamo lascia qualcosa di vero. Noi siamo tutti volontari, nessuno è pagato. E di solito ci rimettiamo anche di tasca nostra. Ma ne vale veramente la pena, perché vedo i risultati. Non è solo passione: è che vedo cosa succede, vedo cosa esce dal lavoro che facciamo. E quelle soddisfazioni sono impagabili".

Chiara Orsetti

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