La musica che ci gira intorno’ è il format de ‘La Voce di Genova’ dedicato alla scoperta e alla valorizzazione della scena musicale ligure, con un focus su artisti locali, eventi, nuovi talenti e le tradizioni sonore della nostra regione. Ogni settimana la musica sarà protagonista, in ogni sua forma e da ogni punto di vista. Qui troverai interviste agli artisti, le nuove uscite discografiche, gli appuntamenti per vedere concerti ed esibizioni live e spazio a chi, con la musica, ci lavora: dai produttori ai fonici, dai musicisti ai gestori di locali, teatri e spazi dove è possibile far sentire la propria voce.
Prima di iniziare la nostra intervista, l'hanno fermata per strada per farle i complimenti. Non è una cosa che capita a tutti, e Roberta Barabino, in fondo, lo sa. Psicoterapeuta di professione, cantautrice per vocazione, genovese per radici e per lingua poetica, ha trovato nella musica una necessità.
“Ho iniziato a suonare la chitarra da bambina. La mia maestra insegnava attraverso le canzoni. Dalla quarta elementare mi sono appassionata, e abbastanza presto ho cominciato a cambiare le parole, a renderle mie. Le spacciavo per originali ai parenti - dice ridendo -. Ci credevano, o facevano finta”.
Dal gioco di una bambina curiosa prende vita un percorso strutturato: Roberta scopre presto che la musica è per lei qualcosa di più di un passatempo, è una copertina, come la chiama lei, uno spazio dove mettersi in mostra senza esporsi del tutto. “Se mi presentavo con una canzone che avevo inventato, nei contesti sociali mi sentivo un po' più a mio agio. Avevo bisogno di qualcosa che fosse mio, e attraverso cui sentirmi vista”.
Il percorso di Barabino non segue la traiettoria lineare dell'artista a tempo pieno: si laurea, poi si specializza. È psicoterapeuta, lavora in una comunità psichiatrica, costruisce una carriera parallela e solida. La musica continua sempre a esserci, ma “non è mai stata il mio sostentamento. È sempre stato più un bisogno emotivo e personale. Quando mi viene meno, sento che mi manca qualcosa di fondamentale”.
La svolta arriva intorno ai ventisette anni, quando incontra Bob Quadrelli, compositore e paroliere genovese, figura di riferimento nella scena locale. “Lui ha sentito alcune mie canzoni e si è entusiasmato. È stato come un'iniezione di fiducia e di ispirazione. Con lui ho iniziato a produrre davvero”.
Il secondo incontro decisivo è quello con una band di metallari, per caso, al bar sotto casa. “C’era un mio amico che lavorava lì, suonava la batteria. Mi dice: 'Roby, ti presento la mia band, magari ti accompagnano'. Io avevo canzoni abbastanza delicate, e pensavo sarebbe stato un disastro. Invece loro mi hanno lasciata finire le prove, mi hanno detto 'dai, facci sentire', e hanno cominciato ad accompagnarmi. Da lì abbiamo suonato insieme per qualche anno”.
Il primo disco, Magot, nasce nel 2011 in modo altrettanto rocambolesco. Uno scultore conosciuto a una mostra, tramite lo zio collezionista, rimane molto colpito dal talento dell’artista. Le propone di registrare un disco, si offre di finanziarlo lui stesso. “Mi presentò un produttore di Milano. Capii che aveva un gruzzolo, aveva intenzione di fare le cose in grande. Ma non me la sentivo, mi sembrava fuori luogo, non mi andava addosso. Dopo due o tre giorni mi richiama e dice: ‘Ok, fa' come vuoi. Trovati tu una situazione che ti piace, e pago io’. Lì ho capito che ci credeva davvero”. Il disco viene prodotto da Raffaele Rebaudengo, arriva terzo al Premio Tenco per le Opere prime.
Tra il primo e il secondo disco passano otto anni. In mezzo: un figlio, un cambio di casa, un registrato incinta al settimo mese perché “Quello era il momento, lo sentivo”, e poi il COVID che cancella tutto. “Razionalmente avrei dovuto fare le cose con un certo ordine. Ma quando arriva, arriva. E io lo faccio”.

Quello che colpisce, parlando con lei, è quanto la musica occupi uno spazio quasi terapeutico: “Certe canzoni le ho scritte in momenti di grande difficoltà. Scriverle mi ha permesso di sintetizzare qualcosa di doloroso, di metterlo in chiaro per me stessa. È come una seduta di terapia che avviene in un lampo. E poi quella cosa la puoi cantare, ha una sua vita, arriva a qualcuno che non conosci e ti dice che l'ha toccato nel profondo. Quello che per te è stato un dolore, adesso appartiene anche ad altri”.
Proprio ieri, venerdì 29 maggio, è uscito il nuovo singolo di Roberta Barabino, una cover del brano Esperando na Janela, classico forrò del nord-est del Brasile scritto da Tangino Godim e reso famoso da Gilberto Gil. La storia inizia nel 2004, quando il fratello torna da un viaggio in Brasile e le regala un CD. “C’era questa canzone. Ho detto: che bella. Ho iniziato a cantarla, l'ho sempre portata un po' nei concerti. Alla fine ho deciso di farne una versione mia”.
La versione dell’artista genovese, registrata al Greenfog Studio con la produzione di Mattia Cominotto, con Francesca Sophie Giona al charango, si allontana deliberatamente dal ritmo del forro' originale, avvicinandosi a qualcosa di più narrativo, più intimo. “È diventata mia nel suono, non nelle parole. È come tornare alle origini, quando da bambina cantavo le canzoni degli altri e le sentivo mie”. Il video del brano è stato girato proprio a Genova, a bordo di una barca a vela si chiama Borboleta. Il pezzo non è un episodio isolato: sarà incluso nel nuovo disco di inediti previsto per l'autunno.
Sabato 30 maggio Barabino sarà tra i protagonisti del concerto di piazza Matteotti in ricordo di Don Gallo, con cui ha avuto un incontro speciale, in una situazione più intima, durante un pomeriggio trascorso con i pazienti della comunità psichiatrica dove lavorava. Il 13 giugno suonerà invece nel centro storico di Sanremo. E in autunno, con il disco, arriverà anche un live pensato apposta per i brani nuovi. “La musica mi salva la vita, non è un'esagerazione”, dice alla fine, quasi tracciando un bilancio. “Nei momenti in cui sto per cadere, arriva sempre qualcosa: un concerto, una persona che mi dice 'vieni a suonare', un documentario che vuole un mio pezzo. E io mi rimetto in piedi, sempre”.















