Ogni martedì uno spazio per raccontare l’impegno, le storie e i volti di chi, ogni giorno, si mette al servizio degli altri: con la nuova rubrica 'Buone Azioni', vogliamo dare voce alle associazioni, alle cooperative sociali, ai gruppi di volontari e a tutti coloro che costruiscono solidarietà sul territorio, spesso lontano dai riflettori ma con un impatto concreto nella vita delle persone. La rubrica sarà un viaggio settimanale nel cuore del Terzo Settore, per conoscere chi fa la differenza e capire come ciascuno può contribuire, anche con un piccolo gesto.
“Il problema non è adottare un cane. Il problema è farlo senza sapere cosa significa davvero”. Parte da qui il racconto di Gilda Guardascione, presidente di UNA Associazione ODV, la realtà che dal 2001 si occupa della gestione del canile di Monte Contessa. Un racconto che smonta stereotipi, mette in discussione il pietismo e riporta il tema delle adozioni sul terreno della responsabilità.
UNA Associazione ODV nasce nel 2001, molto prima che Gilda Guardascione ne diventasse presidente. “L’associazione è nata per un obiettivo preciso: la gestione del canile comunale di via Adamoli”. Un gruppo di soci, alcuni dei quali sono ancora oggi attivi, decise allora di dare vita a una realtà di volontariato animalista capace di farsi carico di una struttura complessa, con responsabilità pubbliche e obblighi stringenti. Negli anni UNA ha continuato a gestire il canile di Monte Contessa, una struttura grande e articolata, fino all’ultima svolta: “A maggio di quest’anno abbiamo vinto di nuovo la gara d’appalto. È stata una conferma importante, ma anche una grande responsabilità”.

Il percorso personale di Guardascione all’interno dell’associazione inizia più tardi, nel 2013: “Sono arrivata come volontaria, dopo aver frequentato un corso di formazione per il volontariato in canile. Da lì è nata una passione enorme. Oggi praticamente tutto il mio tempo libero lo dedico al canile”. Una scelta che nel tempo è diventata totalizzante, fino all’elezione a presidente nel 2019. “Non avrei mai immaginato che sarebbe diventata una parte così centrale della mia vita”.
Oggi UNA Associazione ODV conta circa quaranta volontari attivi e undici dipendenti. “È impensabile gestire un canile comunale solo con il volontariato. La pulizia dei box, la distribuzione dei pasti, l’assistenza quotidiana devono essere garantite ogni giorno, anche a Natale e Capodanno”. Accanto al personale fisso, operano veterinari e professionisti: “Siamo di fatto una piccola clinica per cani e gatti. Stiamo investendo in attrezzature diagnostiche per ridurre al minimo la necessità di spostare gli animali fuori dalla struttura”.
L’obiettivo? “Accudire gli animali finché non trovano una famiglia adatta”. Ma la realtà è sempre più complessa. “Il problema principale è la sottovalutazione. Le persone vogliono salvare un cane, ma spesso non si chiedono se sono davvero in grado di gestirlo”. Una dinamica che, secondo Guardascione, è peggiorata negli anni, soprattutto nelle grandi città. “Assistiamo a un aumento continuo di cani problematici, spesso morsicatori o di razze impegnative. Non tutti sono in grado di affrontare queste situazioni”.
Il fenomeno dell’abbandono riguarda anche i cani di piccola taglia, spesso considerati erroneamente “facili”. “Sono tra i più maltrattati in assoluto. Vengono trattati come pupazzi, non escono di casa, non hanno una vita da cane. E quando diventano ingestibili, finiscono in canile”.
Per questo UNA punta con decisione sulla formazione. “Facciamo corsi per i volontari, parliamo di etologia, gestione del cane e del gatto, aspetti sanitari. Non si può entrare in canile senza una preparazione minima”. Un approccio che talvolta genera critiche, soprattutto quando l’associazione pone limiti alle adozioni. “Ci accusano di non voler dare i cani, ma dietro ogni adozione c’è una valutazione. Se un cane viene dato con leggerezza, spesso rientra dopo mesi, magari come morsicatore. E a quel punto diventa quasi impossibile trovargli una nuova famiglia”.

Il canile, sottolinea Guardascione, non è un luogo di “pena”, ma di recupero. “Dovremmo iniziare a vederlo come un centro di riabilitazione, per l’animale e per le persone. Il pietismo non aiuta nessuno, anzi è offensivo verso il cane”. Una visione che si scontra con l’immaginario diffuso, alimentato anche dai social. “Video di cuccioli con gli occhi tristi spingono le persone a scelte impulsive. Poi però la realtà è un’altra”.
Sempre più preoccupante è anche l’aumento di alcune razze nei canili urbani. "Siamo passati in pochi anni da una decina a oltre cento pitbull presenti. È un dato impressionante. Qui devono intervenire le istituzioni, perché il rischio è arrivare a soluzioni drastiche come è successo in altri Paesi”.
Accanto alla gestione quotidiana degli animali, l’associazione svolge anche un ruolo sociale. “Ci capita spesso di aiutare persone in difficoltà economica che non riescono a sostenere le spese veterinarie per i propri animali”. Un lavoro silenzioso che si aggiunge alla burocrazia, ai rapporti con le amministrazioni, alle raccolte fondi. “Oltre al contributo del Comune, abbiamo il 5 per mille e tante donazioni in beni: cibo, coperte, lenzuola. Anche questo è un modo concreto per aiutare”. E non solo: UNA ha deciso di investire sempre di più sulla prevenzione, portando il tema della relazione con gli animali direttamente nelle scuole. “Andiamo dai ragazzi per spiegare chi è davvero un cane, chi è un gatto e cosa comporta prendersene cura”, racconta Guardascione. Un lavoro di educazione di base che punta a colmare una lacuna culturale evidente: “Sono argomenti che non vengono insegnati, ma che incidono moltissimo sulle scelte future”. Le risposte, sottolinea, sono incoraggianti. “I ragazzi sono partecipativi, fanno domande, raccontano le loro esperienze. Spesso sono più consapevoli degli adulti”. Un segnale che, secondo la presidente di UNA, conferma quanto la formazione sia l’unico vero investimento possibile per ridurre abbandoni, adozioni sbagliate e sovraffollamento dei canili nel lungo periodo.
Per il futuro, “Ci auguriamo meno cucciolate abbandonate, meno casi gravi, e soprattutto buone adozioni, consapevoli. Non tante adozioni, ma quelle giuste”. Perché, conclude Guardascione, “quello che facciamo oggi ha effetti a lungo termine. Se non investiamo ora in educazione e formazione, i canili continueranno a riempirsi e il problema diventerà ingestibile”. Un lavoro difficile, spesso frainteso, ma necessario. E forse è proprio da qui che bisogna ripartire: dalla responsabilità, prima ancora che dalla compassione.















