La musica che ci gira intorno’ è il format de ‘La Voce di Genova’ dedicato alla scoperta e alla valorizzazione della scena musicale ligure, con un focus su artisti locali, eventi, nuovi talenti e le tradizioni sonore della nostra regione. Ogni settimana la musica sarà protagonista, in ogni sua forma e da ogni punto di vista. Qui troverai interviste agli artisti, le nuove uscite discografiche, gli appuntamenti per vedere concerti ed esibizioni live e spazio a chi, con la musica, ci lavora: dai produttori ai fonici, dai musicisti ai gestori di locali, teatri e spazi dove è possibile far sentire la propria voce.
C'è una musica che accompagna le parole e una musica che, invece, cerca di andare oltre, di raggiungere quello che le parole non riescono a dire.
In questo spazio si muove il lavoro di Roberta Di Mario, pianista e compositrice dalla carriera internazionale, capace di portare le proprie composizioni sui palcoscenici di tutto il mondo e di attraversare linguaggi differenti, passando attraverso il concertismo, il teatro, la produzione musicale e altri ambiti.
Negli ultimi giorni, le sue melodie sono state protagoniste al Teatro Nazionale di Genova. È lei a firmare la colonna sonora di Ci vediamo all'alba, spettacolo di Davide Livermore tratto dal testo della drammaturga scozzese Zinnie Harris, che rilegge il mito di Orfeo ed Euridice attraverso una prospettiva femminile e intimista.
In scena due donne, Elena e Robin, sospese in una dimensione che si colloca tra la vita e la morte, in un tempo e in uno spazio quasi irreali. Il tema è quello della perdita, del lutto, della difficoltà di lasciar andare. La musica non si limita a sottolineare la narrazione ma si tramuta in un personaggio, un elemento drammaturgico che si affianca alle attrici e contribuisce a costruire l'atmosfera della pièce.
Un lavoro che per Di Mario ha assunto anche una dimensione profondamente personale. La composizione è arrivata poche settimane dopo la morte del padre e il confine tra esperienza artistica e quella personale si è assottigliato.

Ci vediamo all’alba evoca il mito di Orfeo ed Euridice, ma lo attraversa in chiave femminile, raccontando il lutto e la perdita. Di Mario racconta: “Ho cercato di avvicinarmi alla musica leggendo ovviamente con grande attenzione, ma soprattutto con il sentire, il copione. Poi ci sono state le prove con le attrici, il momento della lettura, le prime prove insieme al regista Davide Livermore, a tutto il team, alla traduttrice e a tutte le persone che stavano cercando di costruire una regia credibile e una storia davvero intensa e struggente. Tutto questo mi ha aiutato ad avvicinarmi a un suono per fare risuonare, quindi non per eseguire, ma per fare risuonare quello che era il sentimento delle due donne, il senso di paura di uno spazio e di un tempo sospeso. Ho cercato, attraverso la ricerca di alcune tonalità e soprattutto di alcune armonie e melodie, di trasferire sulla tastiera tutto questo mondo, anche attraverso le indicazioni e le suggestioni di Davide Livermore, che è un artista di rara sensibilità, tra l'altro musicista, e quindi considera la musica un elemento narrativo potentissimo. Costruisce la sua regia sempre intorno al suono, alla musica. Collaborare con lui è stata una sfida incredibile, ma un'avventura meravigliosa anche da questo punto di vista".
Nel testo di Zinnie Harris il dolore della perdita è una presenza costante. “Mi sono accostata al testo con un sentire molto, molto vicino. Tra l'altro ho perso il papà a marzo scorso, quindi quando ho scritto questa musica era giugno, tra giugno e luglio: erano passate pochissime settimane dal lutto. Per me è stato quasi catartico, nel senso che ho trasferito nelle note quella che era la mia perdita.
Il mestiere, la professione, poi ti chiedono ovviamente di filtrare anche questo sentimento, però noi musicisti siamo in stretto contatto con il nostro io più profondo e con il nostro sentimento più profondo. È molto naturale trasferire nelle note quella che è la parte più profonda del nostro cuore e della nostra anima”.
La colonna sonora nasce dall'incontro tra il suo pianoforte e il lavoro di Edoardo Ambrosio, sound designer e produttore artistico. Una collaborazione che interviene direttamente sulla materia sonora, trasformando il suono dello strumento e portandolo in una dimensione che si potrebbe definire liquida, coerente con l'immaginario del naufragio che attraversa lo spettacolo.
"La collaborazione è stata sicuramente una sinergia fondamentale, perché Livermore costruisce la regia sul suono. Il lavoro fatto con Edoardo è stato quello di decostruire e ricostruire i suoni sulla tastiera, soprattutto perché dovevano essere realizzati dei suoni liquidi e sommersi. Stiamo parlando di un naufragio, che ci porta ovviamente a pensare all'elemento dell'acqua e a suoni sordi.
Sono state realizzate delle opere, dei brani, delle composizioni con un tema che dall'inizio alla fine racconta il sentimento di quel momento, di quella parte della drammaturgia. Ci sono stati poi momenti in cui questi suoni sono stati separati, ristrutturati, reiterati magari in un'ottava sotto rispetto alla nascita di quella composizione, affinché si realizzasse una particolare espressività.
È stato molto nutriente lavorare con lui, perché anche Edoardo è un professionista di rara sensibilità e mi ha permesso di esprimere al meglio quello che era il mio lavoro, portandolo nella direzione necessaria al sentimento della pièce”.
Nella composizione musicale anche la scelta delle tonalità ha un significato preciso. Il Mi minore accompagna la malinconia di Tutto il tempo che siamo state, mentre il La minore caratterizza la tensione di Disturbing Beauty e la dimensione sacrale di Elegia.
"Credo che non ci sia nessun tipo di guida all'ascoltatore, nel senso che l'unica vera guida è l'autenticità. Per il musicista, per il compositore, sicuramente una tonalità piuttosto che un'altra è più congeniale per raccontare un certo tipo di pensiero, di sentimento. Ma per l'ascoltatore l'elemento fondamentale deve essere proprio la verità, l'autenticità.
Quell'emozione che è tua e che attraverso la musica, attraverso il suono, attraverso quella melodia si amplifica, fa da amplificatore nel cuore, nelle orecchie, nel sentimento e nell'animo del pubblico. Quindi più che le tonalità, che sono un'indicazione, un mondo e un suono che servono al compositore, conta proprio il fatto di essere profondamente veri in quello che vuoi comunicare”.
È una dichiarazione che trova una particolare corrispondenza in Tutto il tempo che siamo state, il brano uscito il 23 ottobre e legato alla storia delle due protagoniste. Una composizione in minore che sembra raccontare una separazione, ma che in realtà nasconde una prospettiva diversa. Anche in questo caso la musica accompagna il racconto senza anticiparne il significato, lasciando allo spettatore il tempo della scoperta.
“È il brano che racconta il tema d'amore di Elena e Robin, delle due protagoniste. E non racconta di una fine, anche se apparentemente potrebbe sembrare, perché una delle due donne... Non sveliamo completamente la pièce, ma c'è un mistero che poi si svela. Non racconta di una fine, ma in realtà ci parla di un inizio, di un inizio nuovo, di un nuovo modo di considerare proprio la geografia e l'architettura dell'animo e dell'amore. Tutto quello che è stato non se ne va, ma in qualche modo si trasforma. Questo è il significato del brano, molto struggente, che è stato composto in Mi minore, una delle mie tonalità di riferimento e che credo possa rappresentare e raccontare ancora meglio la malinconia e qualcosa che bisogna per forza lasciare andare, ma con luce e speranza”.
La colonna sonora di Ci vediamo all'alba comprende complessivamente otto brani, cinque già appartenenti al repertorio della compositrice e tre composizioni originali. Una selezione condivisa con il regista, costruita cercando una corrispondenza tra le musiche e i diversi momenti della drammaturgia.
“La colonna sonora è composta da cinque brani già miei di repertorio, quindi già registrati e presenti nei miei album, e tre composizioni originali. Insieme a Davide Livermore abbiamo scelto quelli che potevano essere più in linea con il sentimento della pièce e con i diversi momenti dello spettacolo. Credo che siano stati scelti non solo con sensibilità, ma con accurata intelligenza, affinché potessero risuonare e far risuonare ancora meglio le parole della drammaturgia di Zinnie Harris, che tra l'altro era presente al debutto e ha amato molto la mia musica. Sono davvero molto orgogliosa di questa avventura, non solo con Davide, ma anche per aver collaborato con una drammaturga di respiro internazionale, di grandissimo spessore e valore come Zinnie Harris".
Nel lavoro di Roberta Di Mario è impossibile non notare con forza un’altra dimensione, che è quella dell'impegno per la parità e per il riconoscimento delle donne nella musica. Una questione che riguarda non soltanto le opportunità professionali, ma anche una lunga storia culturale nella quale alle donne è stato spesso riconosciuto il ruolo di interpreti, molto meno quello di creatrici.
“Mi considero una pianista, compositrice, femminista, magari non attivista, perché non ho esattamente tutti gli strumenti per potermi definire attivista. Credo che ognuno di noi debba analizzare esattamente la propria preparazione, le proprie capacità, per capire se ha a disposizione gli strumenti per essere veramente attivista in modo lucido, concreto e pragmatico. Sono femminista in quanto donna, in quanto femmina, ed è naturale. Sento che sia un processo naturale questo mio impegno e questa mia attenzione verso l'universo femminile. Siamo sicuramente una minoranza in Italia, una minoranza ostinata, ma minoranza restiamo. Nel mondo ci sono tantissime compositrici, ma la percentuale qui in Italia è veramente molto bassa, in un ambito musicale che è ancora dominato dal maschio. Perché? Perché non ci sono stati esempi nel passato che ci abbiano indotto a pensare che le donne potessero generare oltre che, magari nel caso della musica, interpretare. Abbiamo bravissime cantanti, bravissime musiciste, pianiste, concertiste, ma non ci sono state figure, se non pochissime, di compositrici. Questo perché non era legittimato che, oltre a essere mogli e mamme, le donne potessero impegnarsi anche in un ruolo generativo. Generare la vita sì, ma generare altro dalla vita no. Se tutto questo invece dovesse accadere, oggi noi avremmo il doppio di tutta la bellezza artistica che potrebbe circondarci. Proprio perché noi siamo la metà dell'universo e quindi avremmo il doppio di questa bellezza che invece ci è stata privata.

Quello che si può fare è continuare a crederci e continuare a pensare che ognuna di noi abbia tutto il talento per far emergere la propria voce. E la propria voce racconta chi sei, ti distingue dagli altri e ti permette di sentirti finalmente libera e di realizzare un'autodeterminazione.
Nel mio caso specifico lo faccio attraverso i miei concerti, dove, attraverso le mie composizioni, quelle di altre compositrici e una drammaturgia che condivido con il pubblico, racconto il tema del femminile. In qualche modo incito, con i miei strumenti e le mie possibilità, senza nessun tipo di presunzione, le nuove generazioni di musiciste a sentirsi libere di poter esprimere se stesse e raccontare il proprio mondo”.
Una carriera internazionale, la musica portata nei teatri di diversi Paesi, le collaborazioni con il mondo del teatro, dell'arte e della comunicazione. Eppure, quando si parla di futuro, il desiderio di Roberta Di Mario torna alla dimensione da cui tutto è partito: il palcoscenico e il pianoforte. Con un progetto ancora da realizzare, quello di scrivere una colonna sonora per il cinema.
“Ho avuto la fortuna, e ho tuttora la fortuna, di avere una carriera internazionale che mi permette di condividere la mia musica nei teatri di tutto il mondo e di far conoscere la musica di una compositrice italiana sui palcoscenici oltre l'Italia. Sono molto onorata e orgogliosa di questo. Il mio desiderio è continuare a suonare il più possibile, perché è da lì che arrivo, dalla musica e dal concertismo, e poi si è introdotta ovviamente la composizione. Poter condividere le mie composizioni e la mia opera è veramente un grande onore e un grande orgoglio. Un sogno nel cassetto è poter scrivere e firmare la colonna sonora di un film. L'ho già fatto per il mondo dell'advertising, della pubblicità, per il mondo dell'arte, per i brand, come Sound Identity, considerata un'opera e non semplicemente una sound identity di accompagnamento, e per alcuni docufilm. Ma non l'ho ancora fatto per veri e propri progetti cinematografici. Questo è il mio desiderio e il mio obiettivo per il 2027”.
Una prospettiva che si inserisce naturalmente in un percorso nel quale la musica non è mai soltanto esecuzione, ma ricerca di una forma capace di dare voce a ciò che spesso resta invisibile.














