Non sono certo state feste di Natale dal sapore dolce, sportivamente parlando, in casa Genoa. In attesa di scoprire cosa la Befana lascerà nella calza rossoblù nel prossimo turno infrasettimanale in casa del Milan dell’8 gennaio, dopo il Natale e la fine d’anno, anche l’inizio di 2026 lascia l’amaro in bocca.
L’amaro delle occasioni mancate, ma non per sfortuna o perché giustamente c’è anche l’avversario in campo. Semmai per come Vitinha e compagni, col portoghese unico da salvare davvero in praticamente tutto, hanno mostrato nella prima uscita dell’anno solare in casa propria, contro un Pisa penultimo e non certo irresistibile nei nomi ma a larghi tratti parso decisamente più a suo agio in quel di Marassi di fronte a un Vecchio Balordo quasi impaurito dal vantaggio conquistato al quarto d’ora e incapace di costruire, dopo la rete, altro di pericoloso. Quasi una sorta di ripetizione di quanto successo a Roma, per l’intero arco della gara, cinque giorni prima e un passo indietro rispetto ad altre prestazioni col nuovo tecnico in sella.
E’ allora forse già terminato quello che in tanti, anche da queste pagine e positivamente oltre che convintamente, avevamo definito come “effetto De Rossi”?
Difficile dare una risposta osservando esclusivamente da fuori e – meglio essere chiari da subito – questa non vuole essere né una retromarcia rispetto alle nostre parole di poco meno di un mese fa né, tanto meno, un “j’accuse” nei confronti del tecnico romano e del suo operato dall’arrivo in rossoblù ad oggi. Innegabile però che le cose migliori, sconfitta nel finale contro l’Atalanta a parte, in questo lasso di tempo si siano viste proprio a ridosso del cambio di panchina, con una delle tre vittorie che hanno portato il Grifone a infilare dodici punti arrivata addirittura con il tandem Murgita-Criscito alla guida della squadra contro il Sassuolo. Sono quindi arrivati i due fondamentali successi con Verona e Udinese inframezzati dai pareggi con Fiorentina e Cagliari, poi il piano sembra essere tornato a inclinarsi contro Vasquez e compagni. Eppure negli uomini scesi in campo poco è cambiato.
Da lì in poi sono scaturite le sconfitte consecutive, senza dubbio preventivabili ma che definire scontate a priori sarebbe fare un torto nei confronti dell’innata imponderabilità del gioco del calcio, fino all’ultimo deludente pareggio di ieri nell’ennesimo scontro salvezza davanti a un “Ferraris” da tutto esaurito e una Gradinata Nord quasi commovente che aveva cominciato col chiaro messaggio “guardateci e cominciate a lottare come siamo pronti a fare noi”. E così in effetti è stato, col tifo a raggiungere, anche in un secondo tempo soporifero, livelli di decibel che sono stati forse l’unico deterrente al sonno in una partita diventata pane per i narcolettici dopo il pari ospite mentre il resto dello stadio non ha mancato di palesare più di qualche perplessità. Fino ad esplodere nel ritorno, com’era già stato con Lazio e Cremonese le ultime volte, dei cori da contestazione condivisi da tutto lo stadio al triplice fischio del signor Chiffi.
Un classico “meritiamo di più” di cui i quasi 28mila abbonati del record cittadino genovese in materia di fidelizzazione, chi più chi meno, chi da prima chi dopo, hanno fatto rilievo alla società guardando l’incrociarsi di calciomercato in uscita e in entrata la scorsa estate, con relativo saldo ampiamente in positivo per le casse genoane. A pagare sono stati finora il tecnico Vieira – come un anno e qualche mese fa fu Gilardino dopo quattro punti in due gare e quel “siamo questi” che qualcuno aveva mal digerito – e il direttore Ottolini, mentre a invertire la rotta sono stati chiamati De Rossi e il nuovo chief of football Diego Lopez. La domanda che tutti ci si pone, addetti ai lavori o meno, è però sempre la stessa: toccherà anche stavolta fare le nozze coi fichi secchi e qualche fiore di addobbo “in prova” prima di decidere se vale la pena spendere per esso o meno? E lontani sono i giudizi positivi sulla campagna rafforzamenti estiva.
Farsi prendere dall’ansia e dall’emotività del momento nel calcio è sbagliato. Sempre. Altrettanto però lo sarebbe sottovalutare la percezione del pericolo, nonostante anche lo stesso tecnico alla vigilia della gara col Pisa abbia affermato di avere idea di dove poter migliorare un organico che qualche difficoltà l’ha espressa chiaramente. Non la necessità di una rivoluzione, certo, ma cercare quei giocatori chiave di personalità ed esperienza tali da poter essere i “capitani coraggiosi” di un Genoa nelle ultime partite tornato un po’ quella barca capace di andare in grande difficoltà alla prima onda imprevista, marinai in grado di mantenere la rotta anche quando le cose non vanno proprio come previsto e com’è stato, quasi paradossalmente, anche dopo il vantaggio di Colombo ieri.
Il tempo sul mercato c’è, il calendario però scorre e già tra pochi giorni si tornerà in campo contro il Milan a San Siro, poi due scontri diretti con Cagliari e Parma per chiudere quindi il periodo di trattative con le sfide a Bologna e Lazio. Quel che resta da capire se c’è sono anzitutto idee e anche attrattività, ancor prima delle disponibilità economiche e in attesa di un febbraio delineato come mese importante se non cruciale per quel che gli sviluppi legali sul vecchio passaggio di società potranno avere negli investimenti.














